Invisibile

Lucio Fontana – Attese

#rudimentale è una raccolta di racconti brevissimi. Solitamente sono frutto di un’ora di lavoro, non sono progetti veri e propri. La redazione è minima. Consiglio: leggeteli con leggerezza, che ogni tanto ci vuole anche quella.


Da qualche settimana tutto il mio bel Paese si è ritrovato costretto a casa. E in queste settimane sono successe cose parecchio singolari.

            Prima di tutte mi sono accorta che le persone si dividono in due: da una parte c’è chi a casa riesce a starci, dall’altra chi no. Le mura casalinghe non sono quelle fatte di mattoni e quant’altro, no, sono quelle formate da una semplicissima regola: devi stare a casa. Non c’è cemento che tenga, ve lo assicuro.

            C’è chi sta andando proprio fuori di testa. E come dar loro torto? È un mondo assurdo quello che viviamo, così di fretta, sempre. Più le volanti passano per le strade soleggiate e semi deserte, quelle strade di cui le bestie e le erbacce si stanno riappropriando, più la gente si prende a male. L’arrotino distopico di queste settimane ci intima a non uscire di casa con la sua voce robotica e con un atto tanto sovversivo quanto stolto, la gente si riversa in quei luoghi che una volta pensavo fossero solo miei. Gli anfratti del paese, i cunicoli polverosi della mia intimità adolescenziale, quegli stretti sentieri in cui ho scoperto l’esistenza del pungitopo, ecco!, ora me li stanno rubando tutti.

            Mentre mi vedo rubare il passato, comprendo come il futuro sarà diverso da come lo avevo immaginato. In queste settimane il mio corpo sta cambiando. Non c’è più nessun canone di bellezza che mi impone dell’appiccicosa melma nerastra sulle ciglia. Il profumo che mi ha sempre rappresentata oggi mi sembra schifosamente chimico. La mia fedele giacca con le spalle imbottite sta meglio alla gruccia che su di me. Niente di niente è come prima, sono io al cento per cento. Tra le mura di regole non ho più regole.

            I peli crescono e li lascio crescere, confondo il sapore della mia saliva con quello del caffè. A ogni sforzo fisico un po’ sopra la media del tragitto scrivania-divano ho il fiatone, complici probabilmente le sigarette, che si consumano veloci e ordinate come in quel film con i Pink Floyd. Le sveglie biologiche che per anni hanno dettato lo scandirsi delle mie giornate – svegliati, mangia, studia, mangia, riposa, studia, vai a lavoro, svagati, dormi, ripeti – sono scomparse. Ma la cosa più strana di tutte che è successa al mio corpo è successa una settimana fa: sono scomparsa. Cioè non è che sono scomparsa io, solo il mio corpo: sono diventata invisibile.

            Lo ammetto: all’inizio mi sono presa a male. Ma nel giro di davvero poco tempo mi sono sentita sollevata, esattamente come quando ho accettato il cambiamento dei miei sacrosanti canoni di bellezza. Così ho ben pensato di fare come le bestie e le erbacce e proprio come loro, tutta nuda, sono andata a riappropriarmi di quegli spazi intimi che una volta pensavo solo miei.

            Per i primi tre giorni tutto ha ricominciato a prendere senso e, seppur modificato profondamente nel DNA, il quotidiano che conoscevo ha ricominciato a ripetersi. Allo scadere del quarto giorno però, con i piedi a mollo nell’acqua fredda del lago, ho cominciato a farmi qualche domanda.

            Erano tre giorni che la mia famiglia non mi vedeva e sembrava esserne indifferente. Quando ti rinchiudono tra le mura casalinghe, ho amaramente scoperto che la gente tende a rinchiudersi anche nella propria testa. Tutti gli altri sembrano diventare invisibili.

A quel punto, senza dover dare spiegazioni a nessuno per la mia assenza e con la possibilità di muovermi liberamente per il mondo, ho capito qualcosa di fondamentale: io non volevo essere invisibile, le persone mi mancavano. Una in particolare, quella a cui avevo involontariamente dato il mio piccolo cuore agitato. Vederla, essere lì mentre anche lei cercava di farsi passare le giornate, addormentarci nello stesso letto per poi svegliarci nella stessa identica posizione. Cazzo, quella sensazione mi mancava e proprio quella sensazione sarei andata a riprendermi.

Ora, io ve lo dico, lo so che è un’idea stupida, però ve l’ho detto che ero diventata una bestia, un’erbaccia, e quanto è vero Dio la vita è la mia. Quindi non giudicatemi per le righe che seguono.

            Decisa ad andare da lei mi sono intrufolata su un autobus la mattina presto. Una volta arrivata a destinazione ho attraversato la strada con noncuranza. Incredibile: l’incrocio che di solito richiedeva come minimo cinque minuti di attesa e una discreta dose di smog e clacson impazziti era deserto. Ho attraversato la strada e mi sono inserita di fortuna tra le porte del primo regionale che andava nella mia direzione.

            Arrivata. Guardandomi intorno non ho visto niente e nessuno, se non un paio di controllori che si stavano dando il cambio. Ho girato per una città diversa, almeno all’apparenza. Niente macchine, niente biciclette, niente baretti e caffettini e musica dalle finestre. Totalmente disorientata ci ho messo più di due ore a trovare casa sua. Insomma di solito era semplice: stazione dei treni, autobus trentasei, “Scusi, sono nella direzione giusta?”, “Sì signorina, vada dritta per cinquecento metri e poi a destra.”, “Grazie.”, cinquecento metri e poi a destra. Ecco ora mi sembrava di essere finita dentro a una mappa disegnata male, senza esseri umani a farmi da bussola.

            Di fronte al suo campanello comincia a battermi il cuore di brutto, avrebbe avuto senso suonare? “Ciao, sono Ayla anche se non mi puoi vedere.” Decisamente no.

Mi siedo sul marciapiede e aspetto. Nel giro di pochi minuti sento un suono metallico ed ecco che il suo portoncino si apre. Io, allibita per l’assurdità ma neanche troppo dato che ero invisibile, rimango a guardarlo. Quando faccio per entrare sento un brivido che mi scuote tutto il corpo. Un brivido strano. Un brivido che mi ha ricordato quando, da piccolina, andavo a casa di mia zia che aveva una tenda fatta tutta di perline sferiche di vetro. Ecco, avevo provato la stessa sensazione di quando passavo attraverso alla tenda di perline di mia zia.

            Entro di soppiatto e vedo quello che c’era da vedere: una casa abitata. Finestre aperte, un po’ di odore di fumo, un ombrello, il gatto che mi miagola contro, il lavandino che fastidiosamente sgocciola. Mi siedo sul divano per aspettarla. Passano dieci minuti, venti minuti, un’ora. Quando il sole comincia a dipingere tutto di rosso mi sposto in camera sua. Ah, quel profumo, il suo profumo. I vestiti appallottolati sulla sedia. I suoi capelli sulla spazzola.

Tutto era silenzioso, ma non come se fossi da sola. Come se fossimo su due piani di realtà diversi, come se fossimo lì ma non ci potessimo né vedere, né toccare, né sentire. Tutto d’un tratto tutto si era dipinto di blu e rendendomi conto di quanto la mia idea fosse stata stupida esco dal portoncino e malinconica mi avvio per la città deserta, per tornare a casa.

            Una volta arrivata e senza nessun “ciao” salgo le scale. Mi stappo una birra, mi giro una cicca e poi vado a dormire. Occupo solo metà letto. Quanto odio il mio letto: è troppo grande. Invece che farmi stare più comoda mi ricorda in modo meschino che sono sola. Letto stronzo. Una volta rannicchiata su un lato ripenso alla sensazione delle tende di perline di mia zia. Quel ricordo infantile aveva smesso di essere piacevole. Ora mi aveva fatto arrossire le guance per la vergogna dell’impeto amoroso unilaterale.

            Tutto d’un tratto mi sento abbracciare da dietro. Sorrido. Forse lei aveva avuto la mia stessa idea ed era proprio lì con me, in quel momento.

Non ho avuto il coraggio di girarmi per scoprirlo perché guardandomi la mano e vedendola, mi sono resa conto che forse, invece, era tutto dentro di me, che se anche invisibile il cuore batteva comunque.


L’immagine rappresenta un’opera di Lucio Fontana. Si tratta di “Attesa” (1959). Ho preso l’immagine da un interessante articolo di Silvia Gastaldo sul sito della rivista Frammenti. In questo brevissimo racconto il concetto dello spazio, sia a livello fisico che psicologico è centrale. Associarlo a un’opera che desidera indagare il rapporto tra spazio e gesto artistico attraverso il mio personale gesto, ovvero la scrittura, mi sembrava dare un pizzico di sapore al tutto.