Invisibile


#raccontidigetto è una raccolta di racconti brevissimi, che fungono da piccoli esorcismi. Solitamente sono frutto di un’ora di lavoro, non sono progetti veri e propri. La redazione è minima. Consiglio: leggeteli con leggerezza, che ogni tanto ci vuole anche quella.


Da qualche settimana tutto il mio bel Paese si è ritrovato costretto a casa. E in queste settimane sono successe cose parecchio singolari. Prima di tutte mi sono accorta che le persone si dividono in due legioni: da una parte chi riesce a vivere tra le mura casalinghe e chi no. Che però queste mura casalinghe non sono quelle fatte di mattoni e quant’altro, no, sono quelle formate dalle regole. “Devi stare a casa!”, non c’è cemento altrettanto forte ve lo assicuro.

E più le volanti passano per le strade soleggiate e semi deserte, quelle strade di cui le bestie e la natura si stanno giustamente riappropriando, più le persone si prendono a male. L’arrotino distopico ci intima a non uscire con la sua voce robotica, e la gente si riversa in quei luoghi che una volta pensavo fossero solo miei. Gli anfratti del paese, i cunicoli deserti della mia intimità adolescenziale, quegli stretti sentieri in cui ho scoperto l’esistenza del pungitopo, ecco ora me li stanno rubando tutti. Però vabbè, io faccio parte della legione che a casa ci sta, quindi non ne farò un dramma.

Il mio personalissimo dramma invece è un altro: il mio corpo. In queste settimane il mio corpo sta cambiando. Non c’è più nessun canone di bellezza che mi impone quell’appiccicosa melma sulle ciglia, quel profumo che mi è sempre sembrato buonissimo ma che ad oggi mi sembra schifosamente chimico, quelle camicette strette in vita ed eleganti. Niente, sono io al cento per cento. Probabilmente quando tutto sarà finito mi renderò conto che di quei canoni di bellezza non me ne facevo nulla.

Tra le mura di regole non ho più regole. I capelli crescono e li lascio crescere, confondo il sapore della mia saliva con quello del caffè. Ad ogni sforzo fisico un po’ sopra la media del tragitto scrivania-divano tiro il fiato, complici probabilmente le sigarette. Le sveglie biologiche che da anni hanno dettato lo scandirsi delle mie giornate – svegliati, mangia, studia, mangia, riposa, studia, vai a lavoro, svagati, dormi, ripeti – sono scomparse.

E la cosa più strana che è successa al mio corpo è successa una settimana fa, è che, come le sveglie biologiche, il mio corpo è scomparso. Cioè non è che sono scomparsa io, solo il mio corpo, sono diventata invisibile. Non mi sono presa a male, anzi, mi sono subito sentita sollevata. In un mondo in cui se ti vedono per strada te la fanno pagare in maniera più o meno salata – io non lo so perché sono una brava cittadina – scomparire è l’unica via d’uscita.

E così, totalmente nuda e invisibile sono andata a riappropriarmi di quegli spazi intimi che una volta erano solo miei. Per i primi tre giorni tutto ha ricominciato a prendere senso. Allo scadere del quarto giorno, con i piedi a mollo nell’acqua fredda del lago, sentendomi fortunata di poter essere l’unica a farlo, ho cominciato a farmi qualche domanda. Erano tre giorni che nessuno mi vedeva e tutti sembravano esserne indifferenti.

Quando ti obbligano a casa, ho scoperto, tutti si rinchiudono nella propria testa. È un’esperienza così personale che le altre persone sembrano smettere di esistere, sembrano diventare invisibili. A quel punto, senza dover dare spiegazioni a nessuno per la mia assenza e con la possibilità di muovermi senza inaspettate intercettazioni, ho avuto un’idea.

Lo ammetto, la vera difficoltà di queste settimane è stata la sua mancanza. Vederla, essere lì mentre anche lei cerca di farsi passare le giornate, addormentarci nello stesso letto per svegliarci nella stessa identica posizione. Ma sì, probabilmente sono cose melense, eppure questo è quello che mi è mancato.

Come si potrà intuire la mia grande idea dello scadere del quarto giorno da invisibile è stata questa: andare da lei.

Mi sono intrufolata su un autobus la mattina presto, stando attenta a sedermi distante dalle poche persone che probabilmente si stavano muovendo per questioni serissime. Una volta arrivata a destinazione ho attraversato la strada con noncuranza. L’incrocio che di solito richiede come minimo cinque minuti d’attesa era deserto. Ho attraversato la strada e mi sono inserita tra le porte del primo regionale che andava nella direzione della mia ricerca. Arrivata. Guardandomi intorno non ho visto niente e nessuno, se non un paio di controllori che si davano il cambio sul treno da cui ero appena scesa.

Ho girato per la città meravigliandomi dell’aria pulita che in quel posto non avevo mai respirato. Mi ci sono volute parecchie ore per riconoscere le strade e risalire al suo indirizzo. Diamine io vengo da un paesino che di vie principali ne ha tre a dir tanto. Poco importa, riconosco una via e ringrazio il destino. Adesso arriva la parte difficile, come entrare? Non ho neanche fatto in tempo a chiedermelo che il portone d’ingresso si è spalancato.

Rimango qualche secondo a fissare questa stranezza. Nessuno è uscito. Però in quel preciso istante ho sentito una pressione fortissima in tutto il corpo, subito sostituita da un tocco dolce e bagnato. Alzo lo sguardo, magari qualcuno ha dato da bere ai gerani? No. Vabbè.

Entro e trovo la casa vuota. Vedo i suoi vestiti a terra, sento il suo profumo, ma di lei neanche l’ombra. Rimango sul suo letto per ore aspettandola, ma il sole cala e la notte si staglia nel cielo. Sono delusa, triste. Mi addormento piagnucolando.

Durante la notte decido di tornare a casa. Esco silenziosa e percorro il tragitto a ritroso, fino a tornare, qualche ora dopo nel mio di letto. Ripenso a quella sensazione strana fuori dal suo portone e mi rannicchio in posizione fetale sotto le coperte.

Dopo qualche secondo sento un abbraccio e sorrido. Forse era diventata invisibile anche lei e aveva avuto la mia stessa idea, o forse – guardandomi la mano e vedendola – questo senso di mancanza, amplificato dalle regole di cemento a cui ho deciso di obbedire, è più forte di quanto pensassi. 


L’immagine rappresenta un’opera di Lucio Fontana. Si tratta di “Attesa” (1959). Ho preso l’immagine da un interessante articolo di Silvia Gastaldo sul sito della rivista Frammenti. In questo brevissimo racconto il concetto dello spazio, sia a livello fisico che psicologico è centrale. Associarlo a un’opera che desidera indagare il rapporto tra spazio e gesto artistico attraverso la mio personale gesto, ovvero la scrittura, mi sembrava dare un pizzico di sapore al tutto.

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